UNA STORIA TUTTA FOGGIANA: A VENEZIA, IL CORTOMETRAGGIO “JULULU” VINCE IL PREMIO MIGLIOR REGIA


di Gianni ferramosca


Il cortometraggio JULULUgirato interamente negli scorsi mesi in provincia di Foggia, è appena stato premiato alla 74′ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, all’interno della sezione MigrArti, con il premio “Miglior regia“.



Il corto, nato da un’idea di Sestilia Pellicano (dell’associazione ‘Pretiosa Project’) e Yvan Sagnet (ispiratore e capo della rivolta avvenuta nell’estate del 2011 presso la masseria Boncuri di Nardò e testimone chiave nel processo che ha stabilito per la prima volta, in Italia, il reato di “riduzione in schiavitù”), è stato prodotto dalla Lazy Film con la poetica regia di Michele Cinque e la raffinata fotografia curata da Stefano Usberghi. 


JULULU: la locandina del cortometraggio

I luoghi di JULULU sono le vaste pianure coltivate a grano e pomodori in Terra di Capitanata, nella provincia di Foggia, e i cosiddetti Ghetti (in particolare, quello de “La Pista“, un vecchio aeroporto di tremila metri di lunghezza per 30 metri di larghezza, utilizzato da americani e britannici durante la II guerra mondiale), ma potrebbero essere qualunque altro luogo nel quale ci siano lavoratori sfruttati, perché, come sostiene Yvan Sagnet, “Qui ci sono i caporali ma i generali siedono nelle multinazionali” e le cause di questo stato di cose risiedono in un ordine economico internazionale ispirato alla logica del profitto estremo e della finanza speculativa che, tra l’altro, impone prezzi da fame ai produttori agricoli italiani e alla filiera lunga.



Filo conduttore del cortometraggio è la ricerca: la riflessione condotta da Yvan Sagnet corre in parallelo a quella di Badara Seck (cantastorie di riferimento della comunità senegalese in Italia), un griot che compie un viaggio alla ricerca di Jululu, anima collettiva della tradizione africana; i due si incontreranno tra le abitazioni di fortuna del Ghetto, laddove il canto di Badara produrrà uno squarcio tra le ombre della sera invocando la benedizione di Jululu su tutti i “fratelli” come, appunto, sul Paese che ospita i migranti. La scelta stessa delle luci e della fotografia interpreta questa ricerca e restituisce immagini sature e dense, dando origine ad un un affresco la cui principale cifra stilistica è data dai canti e dalla musica che grazie al cortometraggio e partendo dagli aspetti sociali sono come accesi di luce nuova. Nel corto, i canti dei migranti mostrano anche i “segni” del lungo e doloroso viaggio verso l’Italia. 



Senza mai venir meno alla sua linea poetica, il cortometraggio girato da Michele Cinque, ci mostra una provincia italiana che sembra già terra d’Africa, per questo capace di rigettarci in faccia il mondo che solitamente si nasconde dietro tutto quello che ogni giorno acquistiamo a basso costo. 

Ricordatevi, non esiste cibo a basso costo, se esiste è perché qualcun altro ne ha già pagato parte del prezzo.


Jululu è un film meraviglioso. Guardatelo qui. 






 

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