“SOTTO IL SOLE GIAGUARO”: LA DIALETTICA DELLE CONTAMINAZIONI TRA LETTERATURA E GASTRONOMIA NEL RACCONTO DI CALVINO


di Maura Ciociano


Visitando necropoli con donne
viene l’ora del tè: già il pomeriggio
è andato. E s’avvicina l’ora
di cominciare un nuovo amore
e insieme l’ora di finirlo.
Così passa l’età. Chissà se un segno
lasceremo, magari senza accorgercene:
una pietra squadrata tra le pietre
dell’enorme piramide, o una spoglia
d’ossa in un loculo.

Italo Calvino


Secondo Italo Calvino l’atto di leggere ha trasformato attraverso i secoli l’homo sapiens in homo legens, ma questo homo legens non è detto che sia più sapiente di prima. L’uomo che non sapeva leggere utilizzava i cinque sensi: vedeva, udiva, toccava, gustava, riconosceva – scrive l’autore – “le tracce delle belve che cacciava, i segni dell’avvicinarsi della pioggia o del vento; riconosceva le ore del giorno dall’ombra di un albero e quelle della notte dall’altezza delle stelle sull’orizzonte.


Italo Calvino a Tavola

In uno degli ultimi scritti di Calvino (legati al suo viaggio in Messico nel 1976 e pubblicati postumi) l’autore si occupa dei cinque sensi. Il racconto “Sotto il sole giaguaro” (che fornisce il titolo all’intera opera) ha come fulcro nodale il senso del gusto tramite il quale i personaggi principali [Olivia e suo marito – voce narrante –  o meglio letteralmente il suo compagno (cum pànis, colui con il quale ella divide il pane)] interpretano loro stessi attraverso elementi caratteristici della cultura messicana: la pittura, l’archeologia, la cucina.  Attraverso l’armonia tra opposti (di cui è intessuta tutta l’opera:  dolce – acre, mangiare – essere mangiati, possedere – essere posseduti, conquistatori – conquistati, terreno – ultraterreno, uomo – donna, umano – inumano, illusione – verità,  morte –  vita, ordinario – straordinario, fuori – dentro, reale – surreale, uomo – Dio, mondo scritto – mondo non scritto, lingua – natura, io – mondo), i protagonisti raggiungono la conclusione (amara) che ogni rapporto umano è caratterizzato da “un processo d’ingestione e digestione del cannibalismo universale“. Nel racconto [il secondo (intitolato dapprima “Sapore Sapere” successivamente “Sotto il sole giaguaro” é parte dell’opera rimasta incompiuta, infatti mancano i racconti dedicati alla vista e all’olfatto)] il viaggio (reale  e metaforico) è narrato dall’uomo (che cerca di interpretare le sensazioni della donna). Egli, infine, (ri)scopre sé stesso, la compagna, il loro eros ormai assopito, il mondo attraverso il senso del gusto.


Un grande amore “carnivoro”, quello messicano di Frida Kahlo e Diego Rivera

Gustare, in genere, esercitare il senso del gusto, riceverne l’impressione, anco senza deliberato volere o senza riflessione poi. L’assaggio si fa più determinante a fin di gustare e di sapere quel che si gusta; o almeno denota che dell’impressione provata abbiamo un sentimento riflesso, un’idea, un principio d’esperienza. Quindi è che sapio, ai Latini, valeva in traslato sentir rettamente; e quindi il senso dell’italiano sapere, che da sé vale dottrina retta, e il prevalere della sapienza sopra la scienza.” è con le parole di Niccolo Tommaseo contenute nel Dizionario dei Sinonimi che l’autore avverte il lettore dell’argomento che tratterà poi – senza ulteriori spiegazioni – cala lo stesso in medias res. Il racconto, infatti, comincia ad Oxana dinanzi ad un quadro in cui sono raffigurate due figure: la badessa e il cappellano in cui si celebra la loro vita, la loro morte, il loro amore: “Figure piuttosto rigide per essere un quadro del Settecento: una pittura dalla grazia un po’ rozza propria dell’arte coloniale, ma che trasmetteva una sensazione conturbante, come uno spasimo di sofferenza contenuta. La ragione per cui erano ritratti insieme erano lo straordinario amore (la parola nella pia prosa spagnola si carica del suo anelito ultraterreno) che aveva legato per trent’anni la badessa al suo confessore, un così grande amore (la parola nella sua accezione spirituale sublimava, ma non cancellava l’emozione corporea) che quando il prete era venuto a morte la badessa, di vent’anni più giovane, nello spazio di un giorno s’era ammalata ed era spirata letteralmente d’amore (la parola bruciava d’una verità in cui tutti gli spazi convergono) […]. Poi Olivia parlò. Disse: “Vorrei mangiare chiles en nogada”. I chiles en nogada sono dei peperoncini di un rosso, quasi bordeaux, rugosi la cui asprezza pungente e il fondo amaro si perdono in una cremosa e dolce salsa di noci con uvetta e cannella. I protagonisti immaginano la cucina del convento e la descrivono elaborata ed audace “come tesa a far vibrare le note eterne dei sapori ed accostarle in modulazioni, accordi e soprattutto dissonanze che s’imprimessero come un’esperienza senza confronti, un punto di non ritorno, una possessione assoluta esercitata sulla ricettività di tutti i sensi”. A questo punto entra in scena Salustiano, l’amico della coppia, messicano, erudito ed esperto conoscitore della gastronomia monacale, della storia, della natura del suo paese; il quale racconta che le figlie di famiglie nobili entravano in convento portando con sé le proprie donne di servizio, in modo da poter contare su uno stuolo di esecutrici per poter soddisfare i loro peccati di gola (gli unici ad esser loro concessi), erano fantasie di “donne raffinate, e accese, e introverse e complicate, donne con bisogni d’assoluto”. Donne straordinarie (letteralmente, al di fuori dell’ordinario: extra, ordinem), enormi (fuori dalla norma), mitologicamente delle sfingi con almeno tre caratteristiche contrastanti: dal punto di vista morfologico avevano richiami nel sangue, genealogie in cui la discendenza dei Conquistadores si mescolava con quella delle principesse indie, o delle schiave, che antropologicamente avevano ricordi infantili di frutti e aromi d’una vegetazione succulenta e densa di fermenti, benché cresciuta da quegli assolati altopiani e che, culturalmente erano indottrinate da letture che parlavano d’estasi e trasfigurazioni e martiri e dall’architettura sacra che faceva da sfondo alle vite di quelle religiose, mosse dalla stessa spinta verso l’estremo che portava all’esasperazione dei sapori amplificata dalla vampa dei chiles più piccanti: “così come il barocco coloniale non poneva limite alla profusione degli ornamenti e allo sfarzo, per cui la presenza di Dio era identificata in un delirio minuziosamente calcolato di sensazioni eccessive e traboccanti, così il bruciore delle quarantadue varietà indigene di peperoncini sapientemente scelti per ogni vivanda apriva le prospettive d’un’estasi fiammeggiante”.


Chiles en Nogada

Alcune varietà di peperoncino piccante messicano

In cucina le due civiltà s’erano contaminate, o forse quella dei vinti aveva trionfato su quella dei conquistatori, forte dei condimenti nati dalla fertilità del suolo, infatti attraverso il bianco e il nero, la cucina della nuova civiltà ispano-india era divenuta sintesi tra la ferinità aggressiva degli antichi dèi dell’altopiano e la sovrabbondanza sinuosa della religione barocca.


Il barocco coloniale messicano

Giunti al ristorante i protagonisti mangiano guacamole (cioè una purea di avocado e cipolla da tirar su con le tortillas croccanti che si spezzano in tante schegge e s’intingono come cucchiai nella crema densa: la pingue morbidezza dell’aguacate – il frutto nazionale messicano diffuso per il mondo sotto il nome di avocado – accompagnata e sottolineata dall’asciuttezza angolosa della tortilla, che può avere a sua volta tanti sapori facendo finta di non averne nessuno), poi guajolote con mole poblano (cioè tacchino con salsa di Puebla, tra i tanti moles uno dei più nobili – era servito alla tavola di Moctezuma -, più laboriosi – a prepararlo non ci si mette mai meno di tre giorni – e più complicati – perché richiede quattro varietà diverse di chiles, aglio, cipolla, cannella, chiodi di garofano, pepe, semi di cumino, di coriandolo e di sesamo, mandorle, uva passa, arachidi e un po’ di cioccolato) e, infine, quesadillas (che sarebbero un altro tipo di tortilla, in cui il formaggio è incorporato alla pasta e guarnito di carne tritata e di fagioli fritti).


Il banco degli avocado in uno dei mercati di Città del Messico

Ed è qui che il viaggio dei personaggi calviniani mette a nudo la soggettività. Essi si svelano, si rivelano, mutano il loro io attraverso la comunicazione che è un ritrovarsi. Viaggiare, infatti, ha una funzione formativa, per dirla con Michel Onfray, filosofo francese vivente, non solo perché si apprende qualcosa di nuovo sul mondo, ma perché il viaggiatore coglie qualcosa di sé che prima gli sfuggiva. Anzi, è una caratteristica propria del viaggiatore quella di scoprire un proprio lato nascosto. In La mente del viaggiatore. Dall’Odissea al turismo globale (Il Mulino, Bologna, 2007) lo storico Eric Leed spiega che il viaggio è nello stesso tempo l’origine e la soddisfazione del bisogno di mutamento dell’io che in “Sapore Sapere” diventa mutamento del noi: “il vero viaggio, in quanto introiezione d’un “fuori” diverso dal nostro abituale, implica un cambiamento totale dell’alimentazione, un inghiottire il paese visitato, nella sua fauna e flora e nella sua cultura (non solo le diverse pratiche della cucina e del condimento ma l’uso dei diversi strumenti con cui si schiaccia la farina o si rimesta il paiolo), facendolo passare per le labbra e l’esofago. Questo è il solo modo di viaggiare che abbia un senso oggigiorno”.


Messico, una piantagione di agave

L’indomani Olivia e il suo compagno si recano agli scavi di Monte Alban. Nell’assolata arida campagna crescono le agavi per il mezcal e la tequila, i nopales (fichi d’India), i cereus, gli jacaranda dai fiori azzurri. La strada sale tra le montagne, tra le alture che circondano una vallata, si erge un complesso di rovine di templi, bassorilievi, grandiose scalinate, piattaforme per i sacrifici umani.

L’ansia della conoscenza di sé attraverso lo stomaco arriva a toccare il massimo: l’antropofagia che per gli antichi dèi autoctoni era un sacrificio, seppur cruento (sacrum facere, fare azione sacra) per celebrare ciò che importa, ciò che dà senso all’esistenza. Lo stesso sacrificio che alla fine compiono i due amanti per recuperare l’eros.


Frida Kahlo e Diego Rivera

Olivia è incredula, attonita, è insistente chiede alla guida: “Dove andranno a finire i corpi dei sacrificati?”. La guida, un omaccione di nome Alonso – in modo irritante e teatrale – fornisce una lezioncina per profani. Olivia era contrariata e poco convinta “[…] sedeva di fronte a me; ma, fossero i sobbalzi della jeep o il dislivello dei nostri sedili, m’accorsi che il mio sguardo si fermava non sui suoi occhi ma sui suoi denti (teneva le labbra dischiuse in un’espressione assorta), denti che per la prima volta m’accadeva di vedere non come il lampo luminoso del sorriso ma come gli strumenti più adatti alla propria funzione: l’affondare nella carne, lo sbranare, il recidere. E come si cerca di leggere il pensiero d’una persona nell’espressione degli occhi, ecco ora io guardavo questi denti taglienti e forti e vi sentivo un desiderio trattenuto, un’attesa. […]”.


Frida Kahlo

Tornati in albergo, dalla soglia apparve una distesa di cappellini primaverili sulle teste di signore sedute intorno a tavole imbandite. Si stava svolgendo in tutto il paese la campagna per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica: la moglie del candidato ufficiale aveva offerto un tè d’imponenti proporzioni alle mogli dei notabili di Oaxaca. C’erano trecento donne messicane che conversavano tutte insieme. E poi Salustiano che inizia a svelare agli amici i segreti nascosti dietro ai sacrifici. L’ipotesi del cannibalismo pervade tutto persino il banchetto degli amanti. E’ qui che mentre degustano: sopa de camarones, ensalada del nopalitos, tequila con sangrita, Olivia definisce il suo compagno “insipido”.


Il giorno seguente è lo stesso Sallustiano che li accompagna “Avevo capito – afferma la voce narrante – il mio torto con Olivia era di considerarmi mangiato da lei, mentre dovevo essere, anzi ero (ero sempre stato) colui che la mangiava. La carne umana di sapore più attraente è quella di chi mangia carne umana. Solo nutrendomi voracemente d’Olivia non sarei più riuscito insipido al suo palato”.


Frida Kahlo e Diego Rivera

Nel racconto il tema del cibo non si intreccia con altri temi, ma è esso stesso il tema. Il senso del gusto (qui come in altre opere contemporanee, tra queste ricordiamo il saggio di Nicola Perullo, Il gusto come esperienza, Giunti 2012) prende il sopravvento su tutto, Olivia, infatti, si fa metafora della letteratura “come instancabile ricerca conoscitiva”.


[per Miró, anima magica ed (in)quieta, ovunque sia]









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