ROSARIO TISO E ANTONIO LIOCE: DUE BEVITORI DA SPIAGGIA A VIGNANOTICA


di Rosario Tiso


VIGNANOTICA 2017.

Una grotta ci attende a Vignanotica. Acqua, cielo, falesie, spiaggia, per l’incanto consueto. Mare, matrice primigenia delle cose, base ancestrale, la grande Madre ed amante degli uomini; la grotta, il sacro ombelico della terra; la spiaggia, che accoglie i relitti che il mare lascia dietro di sé e registra il moto incessante delle onde; la volta celeste, spazio infinito. Tutto ci seduce con le mille voci, i mille colori e le innumerevoli fragranze della Natura. Tutto concorre a costruire il luogo dove ci si abbandonerà alle grandi fantasticherie e meditazioni sulla vita. Dove si scivolerà nell’oblio. Perché le anime si muovono nel tempo come i corpi nello spazio, e una delle forme che assume il tempo è l’oblio. Ancora una volta, un solo compagno, Antonio Lioce, ed una sola bevanda: lo Champagne.


Gargano, Vignanotica: Antonio Lioce

Gargano, Vignanotica: Antonio Lioce e Rosario Tiso

Bisogna rallentare il “fare”. L’apparente passività consente il massimo di ricettività selettiva di luci, suoni, odori e fa nettamente percepire i significati nascosti delle cose. Occorre imparare a “stare”, lasciando che le cose vengano a te. Si rischia infatti di non riuscire a vedere, di entrare in una cartolina, di essere risucchiati in una catena di montaggio ammirativa. Accantonare smanie fotografiche, itinerari e orari prefissati, ansie di ritorno. Tacere al massimo per entrare nel dominio della significanza. In fondo si conosce solo venendo a patto con il “genius loci” nel silenzio del proprio “Io” e attivando la parte animale che è in noi. E lo Champagne non ci ha mai traditi, supremo viatico verso il più puro e onnisensitivo dei piaceri. Oggi poi e ancora una volta non si è badato ad eccedere in magnificenza. Un trittico reale ci attende:
SALON 2002 – KRUG 2002  – DOM PERIGNON “P2” 1998.


Spiaggia di Vignanotica, Gargano. Da sx: KRUG 2002, DOM PERIGNON “P2” 1998, SALON 2002

Salon 2002: Un solo vitigno, lo Chardonnay, un solo cru, un grand cru, Mesnil sur Oger, un solo millesimo, solo se è un grande millesimo. Lungo affinamento sur lie, almeno un decennio di solito. E tutto ciò dal 1911. 2002? Annata eccezionale!!


Vignanotica: Salon 2002

Krug 2002: l’ultimo vendemmiato dal grande Henri Krug. Chef de cave Eric Lebel. 11 anni sui lieviti, 40% Pinot noir-39% Chardonnay-21% Pinot Meunier.


Vignanotica: Krug 2002 Brut

DOM PERIGNON “P2” 1998: Plénitude Deuxième, una volta “Œnothèque” con l’etichetta nera e i fregi argento, creatura di Richard Geoffroy, un mito tra gli “chef de cave“.


Vignanotica: Dom Perignon “P2” 1998

Per “Plénitudes” si intendono delle finestre temporali durante le quali lo champagne dovrebbe trovarsi nelle migliori fasi espressive. Generalmente, nel mondo dei superesperti, si ritiene che queste “finestre” si collochino a 7, 12-15 e 20-40 anni dalla vendemmia. Ometto qualsiasi commento su questa complessa mitologia. “P2” è quindi la finestra mediana, la “deuxième plénitude”. 13 anni sui lieviti chiuso con il tappo di sughero (bouchon liège). 45% Pinot noir-55% Chardonnay- dosage 5 g/l.


Vignanotica: il tappo di sughero della Dom Perignon “P2” 1998

Amo gli champagne sin dalla loro fase giovanile. Amo gli champagne vetusti solo quando recano un valore aggiunto e non si limitano a “reggere”, non hanno un ossido imperante e una lama iperacida. In una fase iniziale, più o meno lunga a seconda del lignaggio, gli champagne mostrano il loro fascino primario, la purezza e la sfrontatezza della ricchezza primigenia, ed esprimono il massimo dell’unicità e originalità. Soprattutto questa è la nota che mi conquista: l’essere irripetibili! Poi ci sono nettari che giungono in qualche caso a superiori livelli di piacevolezza dopo svariati anni (non sparo cifre perché ogni vino ha la sua parabola evolutiva!) a causa di una terziarizzazione compiuta e felice. E’ il tempo dell’aurea “età di mezzo”, quella tecnicamente più performante, quella che di un vino, con o senza bollicine, andrebbe sempre preferita. Fino a quando, superata la cresta della massima espressività, comincia l’ineluttabile decadenza. Ed a questo proposito dico con forza una volta per tutte: la longevità non è un valore in sé. Senza il piacere la vetustà non vale niente! Senza il piacere anche il blasone non vale niente! Un ingente portato edonistico è l’unico vero valore meritevole di essere perseguito in una bevuta!! Siamo riusciti ancora una volta a cogliere i nostri campioni nella felice età di mezzo? Direi di sì. Krug, il migliore dei campioni. P2, al di sotto delle aspettative. Ma ancor più importanti di loro sono i bevitori e la loro maturità. Un bevitore inadeguato vanifica il più prezioso dei nettare in degustazione. La colpa è di certa “adolescenza” degustativa che affligge coloro che ad un certo momento, prima di evolversi e concedersi interi alla passione del cuore e dei sensi, àncorano il discernimento alla sfera intellettuale e tecnica. Molti, troppi e fin troppo qualificati, bevono con la testa slegata dal resto. E invece di dare libero sfogo all’essere nella sua interezza, si perdono nei meandri di aridi tecnicismi, nell’adorazione di astratti convincimenti e fanno di una bevuta un ingranaggio di una macchina di cui non sono i conducenti. Che spreco. Invece noi, inveterati degustatori indipendenti, randagi e d’alta quota, ce ne freghiamo della gioventù e della vecchiaia, del condizionamento ingenerato dal passato, dei modelli e delle recensioni, del soggettivismo ammantato di oggettività e dell’oggettività che scivola inesorabilmente nel soggettivismo. Persino dalle aspettative future. Calati nel senso dell’istante che si dipana, leviamo gli ormeggi e spieghiamo le vele. E godiamo. Fregandocene finalmente anche delle descrizioni mirabolanti. Perché la grande bevuta la fanno i bevitori e loro non sono né fruttati, né minerali, né speziati: noi siamo veri, puri, spirituali.






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