MEMORIE GARGANICHE: LA BELLEZZA DEL PAESAGGIO E DEI SUOI PRODOTTI, RACCONTATA DA UN FRATE VISSUTO OLTRE DUE SECOLI FA

Poco più di duecento anni fa veniva dato alle stampe “La Fisica Appula” (1806), un’opera di cinque tomi, scritta da Michelangelo Manicone (un frate francescano illuminato ed, illuminista, naturalista e antropologo, scienziato e filosofo), in cui lo stesso, oltre ad analizzare le caratteristiche fisiche delle terre di Puglia e soprattutto del Gargano, si soffermava, per la prima volta nella storia, a dialogare con gli abitanti di quei territori che amorevolmente descriveva, rivolgendo loro di volta in volta critiche circostanziate e impietose o raccomandazioni accalorate (esilarante quella dedicata ai cento modi di cucinare la patata, a suo modo di vedere, il prodotto del futuro per il Gargano).

Quello che si legge nelle pagine de “La Fisica Appula” è un ritratto “crudo” del Gargano dei suoi giorni, anche se a volte, appare cosi straordinariamente simile a quello che ancora oggi è possibile incontrare. Ahimè, se solo si avesse il coraggio di abbandonare le obbligate rotte turistiche.

Di suo, Manicone aggiunge alla narrazione quelle osservazioni morali che lo rendono un vero antropologo sociale ante litteram e trasformano la sua opera in un fantastico viaggio tra reale e immaginario, dove l’utopia di quello che il Gargano avrebbe potuto essere, sembra davvero concretizzarsi solo ai nostri giorni.

Cosi come auspicava il Frate di Vico del Gargano, è giunto finalmente il tempo dei “tardi nipoti“, coloro i quali custodiranno intatta la bellezza di questo paesaggio, la sua meravigliosa natura e le sue straordinarie tradizioni. Ma prima di gioire per questo, accanto alle foto che ritraggono la realtà di oggi, date un’occhiata a quello che scriveva duecento anni fa a proposito della sua terra, il Gargano.


Apricena, gli Ulivi di Agricola Piano
Apricena, gli Ulivi di Agricola Piano

Masseria Don Nunzio e Cavallo
San Nicandro Garganico, un interno della  “Masseria Don Nunzio e Cavallo”

Il luppolo
Apricena, il luppolo coltivato dal Maestro Birraio del Birrificio Ebers di Foggia, Michele Solimando

Sul Gargano:

“Io ho scoperto la miniera, ed ho pure scoperto per mezzo dé saggi da me fatti in piccolo, che contiene oro.

Quei, che verranno appresso, lo estrarranno, lo separeranno dalle sue matrici, e lo renderanno atto a tutti quegli usi, pei quali nella vita economica è destinato.”


Apricena, i nuovi vigneti di Valentina Passalacqua
Apricena, i nuovi vigneti di Valentina Passalacqua

Vigneti, litoranea Vieste - Peschici
I vigneti lungo l’antica strada interna Vieste – Peschici

Sul vino:

“I vini garganici sono eccellenti, ma putono di pelle. Dunque gli otri dovrebbero imbrattarsi di catrame interamente. E più soffribile l’odor di catrame, che il puzzo di pelle (vi ricordo che all’epoca la maggior parte del vino era conservato in otri di cuoio…).

Dovrebbe pure nel Gargano introdursi la pratica d’imbrattare di catrame il turacciolo de fiaschi, dove serbasi il vino per uso proprio. 

L’odor del catrame darebbe un’altra grazia al vino. Ma gli abitanti del Gargano non sono niente vaghi e passionati.”


Minestra di cicorie e carne di maiale
La Minestra Garganica di Carne e Cicorie (Masseria Don Nunzio e Cavallo)

Sulle Carni:

“Nel Gargano gl’inquisiti, i ladri, e i porcari rubano dè porci, gli ammazzano, gli sventrano, e per cuocerli, gli acconciano in questa maniera. Fanno una buca bislunga nel suolo. Indi in distanza di due o tre palmi dal fondo di essa buca vi pongono orizzontalmente delle grosse legne parallele tra di loro, e su questa graticola vi acconciano il porco. Poscia fanno sul porco uno strato di felce o di altre foglie, che coprono di terra. Finalmente su questo strato di terra vi accendono un gran fuoco, che pur cuoprono di terra. Il porco in tal guisa acconciato a capo di tre giorni è già giunto alla perfetta cottura; e dicesi, che questo piatto della natura sia si delicato, che tentar potrebbe di gola lo stesso Apicio.”


Un fiore selvatico tipico dei prati garganici
Un fiore selvatico tipico dei prati garganici

"Masseria Paglicci" la Mucca Podolica del Gargano
Rignano Garganico, “Masseria Paglicci”, la Mucca Podolica del Gargano

La Capra Garganica "Masseria Paglicci", Rignano Garganico
La Capra Garganica “Masseria Paglicci”, Rignano Garganico

Sul pascolo e l’allevamento:

“Di pasto artifizioso non v’è pratica nel Gargano; unico è il naturale. Seminazione di prati è un vocabolo inaudito. In vista dell’affamato verno non si muove falce veruna, nè sorge fenile. Non altro pasto ha l’armento, se non quello, che rode dalla terra.

Si, nutritive, saporose e odorifere erbe nascono spontaneamente, ed in abbondanza nelle pietrose ed alpestri campagne garganiche. s’egli è vero, che in tutto il Gargano hannovi dell’erbe, che delizioso e squisitissimo alimento al bestiame presentano; egli è vero ancora, che ve ne hanno delle altre, che ad esso bestiame sono perniciose e fatali. Or i custodi degli animali conoscono essi quali fra le erbe, che spontaneamente nascono nelle campagne garganiche, sieno salubri, e quali velenose? No!

Eppure importa molto il ben conoscerle, e distinguer le une dalle altre; giacchè nissuna cagione influisce maggiormente sopra la bontà, e perfezione degli animali, quanto la natura del cibo, onde vengono nodriti.”


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Rignano Garganico, il Caciocavallo Podolico di Giuseppe Bramante
Rignano Garganico, il Caciocavallo Podolico di Giuseppe Bramante (Masseria Paglicci)

Caciocavallo e Scamorza garganica (Masseria Don Nunzio e Cavallo, San Nicandro Garganico)
San Nicandro Garganico, Caciocavallo e Scamorza Garganica (Masseria Don Nunzio e Cavallo)

 Sui formaggi:

“Relativamente ai latticinj vaccini del Gargano, essi sono i migliori delle Provincia. I caciocavalli sono eccellenti; ma quelli di Arignano sono di un gusto singolare. 

Pare che la squisitezza dè caciocavalli di Arignano ascriver si dovesse agli ottimi pascoli; nascendo in questa terra il Serpillo, il timo, la melissa, e molte altre erbe salutari, nutritive e preziose per il bestiame. 

Ma il fatto non va cosi, giacchè la miglioria dè caciocavalli Arignanesi dipende dalla perizia del massaro, che li manipola. Primamente, gli erbaggi degli altri paesi garganici sono del tutto simili agli erbaggi di Arignano. Or perchè i loro caciocavalli non hanno la squisitezza di Arignano? Poichè i massari di Arignano sono più periti nell’arte di manipolarli. Difatti venga un massaro di Vico o di Monte Santangelo a far qui i caciocavalli; questi non saranno più di un gusto singolare. 

Dunque il tutto è nell’arte, egli è del formaggio, come del pane. Nella stess’aria, colla stess’acqua, colla stessa farina, collo stesso lievito, e colla stessa proporzione del medesimo, una donna ti farà nello stesso paese un pane eccellente, ed un’altra un pane da cane; perchè la prima sa l’arte della panizzazione, e l’altra la ignora affatto. “


Pezzente
Apricena (Gargano), la Salsiccia “Pezzente” di Michele Sabatino di “Selezione Sabatino”

Sui salumi:

“Gli abitanti del Gargano sanno essi delicatamente preparare i prosciutti, le ventresche, e i salsicciotti? No.

Sanno essi fare le Mortadelle, i cotichini, le antiche lucaniche vulve, ed altri saporosi salami? No. 

Hanno essi letto nel Tomo primo delle “Novelle di Letteratura, Scienze ed Arti” le ricette scelte per salare la carne porcina del Signor Leone de Virga? No.

Ma le leggeranno, e miglioreranno essi i loro salami? Lo faranno i loro tardi nipoti. Gli odierni abitatori del Gargano invece di portare alla perfezione i loro salami, essi seguiteranno troppo religiosamente quello che han trovato stabilito nelle età precedenti. Essi somiglian colui, il quale dopo aver vivuto gran tempo tra i ceppi, riacquistata la libertà, non si vale del dono prezioso, se non che per istarsene sedendo sulla porta del carcere antico.”


Apricena, la Campagna Pedegarganica
La Campagna Pedegarganica

Biografia e pensiero

di

Michelangelo Manicone

Manicone è una delle personalità più caratteristiche del suo tempo della Capitanata. 

Padre Michelangelo Manicone nacque a Vico del Gargano (Foggia) il 4 marzo 1745, ma la data, le circostanze e le cause della sua morte, fino a qualche anno fa, erano avvolte da una fitta nebbia come – del resto – molti periodi della sua vita; tuttavia è stata stabilita come data di morte il 18 aprile 1810 nel convento di San Francesco ad Ischitella.

La bibliografia che lo riguarda è scarna e lacunosa, nonostante il fascino della sua persona e delle sue idee. Era definito il “monacello rivoluzionario” (a causa della sua bassa statura, che sembrerebbe di 1,40 m). La sua indole illuministica consisteva in una sete di sapere che non si placava con il dogmatismo, ma con l’esperienza diretta, lo studio approfondito dei fenomeni naturali e della scienza, un’osservazione empirica che poteva fornire una risposta valida e concreta alle varie problematiche e quindi un aiuto pratico all’uomo, al suo benessere e sviluppo, alla sua felicità. Ciò gli costò l’inimicizia di chi, seppur in pieno illuminismo, diffidava e demonizzava la scienza.

Lo sviluppo economico-sociale che teorizzava Padre Manicone consisteva in uno sviluppo connesso e, per certi versi, dipendente dall’ambiente, perché egli riteneva che la natura fosse una fonte primaria di ricchezza e la sua distruzione avrebbe potuto segnare la fine dello sviluppo.

Manicone può essere considerato un profeta dello sviluppo sostenibile, perché in pieno Settecento, quando le industrie erano inesistenti, ebbe un’ampiezza di vedute che gli consentì di prevedere le conseguenze disastrose che avrebbe portato l’uso improprio e scriteriato delle risorse naturali.

Le opere in cui Manicone tratta, tra gli altri, il tema dello sviluppo sostenibile, sono La Fisica Appula (cioè dell’Apulia) e La Fisica Daunica (cioè della Daunia, antico nome della Capitanata). Secondo il “monacello”, uno dei peggiori atti compiuti dall’uomo del suo tempo era la cesinazione selvaggia dei boschi garganici, un tempo rigogliosi, come anche attestato da Orazio nelle Epistole: «Garganum mugire putes nemus».

Manicone riferisce che il disboscamento del promontorio iniziò nel 1764, con il taglio “barbaro” dei pini nel territorio “Difesa” di Vico del Gargano e la cesinazione degli ischi ad Ischitella, talmente “furiosa” che, ad inizio Ottocento, l’Abate Longano denunciò la carenza di legna da ardere per gli ischitellani.

La causa di questo disboscamento fu la volontà di destinare i suoli a coltura, anche quelli non adatti a questo scopo e più utili al pascolo e alla produzione di legname, vista la “rocciosità” della terra sul promontorio del Gargano.

Manicone spiega anche la diminuzione della fauna selvatica nel Gargano, sempre dovuta alla cesinazione, che diminuiva i nascondigli per gli animali selvatici, e li rendeva più vulnerabili.


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Ne “La Fisica Appula”, il frate dedica un intero libro al Mefitismo (insalubrità dell’aria) e alle cause che lo generano. Egli sostiene che l’inquinamento può avere cause naturali o accidentali (provocate dall’uomo), può essere anche indigeno (proprio della zona) o esotico (derivante da altre zone). Secondo il Manicone le principali cause accidentali del mefitismo erano:

  • 1. Le condizioni igieniche precarie delle strade e delle abitazioni;
  • 2. L’insana abitudine di depositare gli escrementi nelle strade;
  • 3. La sepoltura dei morti nel centro abitato (consuetudine abolita nel 1804 con l’Editto di Saint-Cloud, ma anticipata nel 1792 a Vico del Gargano da Pietro de Finis, che fece costruire il cimitero monumentale di San Pietro);
  • 4. Il taglio dei boschi (invece gli alberi sono importanti perché emettono ossigeno e assorbono anidride carbonica).

Lo studio del frate sul territorio garganico fu talmente minuzioso da fargli notare un mutamento climatico dalla metà del Settecento all’Ottocento; in alcune zone del Gargano, ci furono sbalzi di temperatura che provocarono un sensibile calo di precipitazioni nevose e mitigarono parecchio gli inverni. Secondo il Manicone, la causa è attribuibile al disboscamento iniziato nel 1764: il taglio delle foreste avrebbe consentito al sole di riscaldare prima e maggiormente i suoli e soprattutto non avrebbe bloccato i venti provenienti da Nord e da Sud, quindi le zone meridionali rispetto alle alture garganiche si sarebbero raffreddate a causa dell’arrivo della Tramontana da Nord, mentre nel Gargano settentrionale sarebbero arrivati maggiormente i venti caldi del Sud. Un rimboschimento avrebbe reso più fertili le terre coltivabili, ma Manicone stesso, dopo aver dato questo suggerimento, esprime la consapevolezza di “aver cantato ai sordi”.

Viaggiò molto per l’Europa, studiando Medicina a Vienna e a Berlino, Scienze Fisiche a Londra e Scienze Naturali a Bruxelles.

È noto soprattutto per il suo trattato, La Fisica Appula (1806), un’opera di cinque tomi, in cui analizza le caratteristiche fisiche delle terre di Puglia e soprattutto del Gargano.

Al Manicone è intitolato il Centro Studi e Documentazione del Parco Nazionale del Gargano sito presso il Convento di San Matteo a San Marco in Lamis (Fg).



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