IL BEVITORE ECUMENICO


di Rosario Tiso


Quelli che conoscono il mio percorso sulla strada della consapevolezza enoica sanno che non ho mai avuto l’ossessione di trovare un approdo, un ricovero intellettuale o di costruire una cosmogonìa vinicola che mi appagasse. Ho sempre avuto la spinta ad esplorare, tentare le strade più ardite, perché il vino è un universo infinito.

Credevo che questa tendenza così complessa, articolata ed entusiasmante non sarebbe durata tutta la vita. Così sono passato dalla “Setta dei Bevitori estinti” ai “Bevitori Randagi”, dal “Simposio dei Gaudenti” ai “Bevitori d’Alta quota” e agli “Sfracanati”. E quando sembrava tutto compiuto, ecco un ulteriore passaggio, l’approdo al gradino più alto della scala evolutiva del degustatore appassionato: il diventare un “Bevitore Ecumenico”.

La critica enologica è quella specie di consorteria sovranazionale collocabile idealmente fra una lobby e una casta (portatrice di una sorta di “lebbra” intellettuale) che ci ha fatto ritenere pregi del vino o comunque addendi qualificanti le “nuances” dette “gout de rancio” (gusto di rancido), “merde de poule” (escrementi di pollo), “goudron” (catrame) e svariati sentori animali quali la “pipì di gatto”, l’afrore che promana da un “cavallo sudato”, il vezzoso “foxy”, sentore di volpe in fuga dal corno dei cacciatori, etc. etc. Chi avesse osato sollevare obiezioni circa l’esistenza e la valenza positiva di simili amenità era ed è sbeffeggiato e deriso col malcelato intento di promuovere l’insorgenza di un senso di inadeguatezza nel reietto. Quando trattasi di campioni particolarmente vetusti poi, è roba da setta esoterica. Bottiglie aperte con cautele chirurgiche e attese di ore, giorni (a volte settimane!!), bevute cerebrali, descrizioni mirabolanti e criptiche e chiusa d’ordinanza con la fatidica frase che non è vino per tutti i palati. Chiaramente, ed ovviamente, quasi nessuna possibilità di riscontri o smentite.

Chi ci libererà da queste menate autoreferenziali, dalle bottiglie ritrovate nelle stive delle navi naufragate o dimenticate in remoti recessi di cantine sotterranee e immancabilmente ancora e miracolosamente buone? Dai “brunelli” centenari e dai “porto” ultracentenari? Dagli champagne bevuti quando non ci sono più bollicine, dai vini bianchi costretti a fare i rossi da lungo invecchiamento, da rossi ormai decrepiti e capaci solo di identificarsi nel paradigma dell’ambiguità formato dai termini elegante, fine ed etereo, che in ultima analisi sono parole che non sai mai quello che vogliono veramente significare? Ai saccenti, ai supponenti, ai ricchi, ai “rigattieri del gusto” (coloro che quando avvertono in degustazione un che di putrido, marcescente, mefitico si mettono a fare i curiosi…) dico: bevete e godete finchè potete, ma capirci qualcosa è questione ardua, aperta, irrisolta e irrisolvibile. Insormontabile la montagna del gusto personale. Opinabile qualsiasi costruzione intellettuale. Fallace la facoltà dei sensi. Per cui ognuno invecchi come più gli aggrada e cessino i rumori di battaglia e si smantellino gli schieramenti: non è più tempo di pontificare. La verità enologica è un Giano “bifronte” con la faccia dell’Autarchia a contrapporsi all’Ecumenismo enologico. Se da un lato ciascuno deve fare i conti col proprio estro, la propria individualità, la soggettività del proprio schema sensoriale (ho conosciuto degustatori che di fronte all’obiezione di eccessiva acidità in un vino sostenevano la bontà dell’aceto!!), dall’altro è del tutto infondato qualsiasi teorema di superiorità organolettica.

Non ci resta che amare tutti i vini. Sarebbe ingeneroso infangare l’operato di tanti uomini appassionati solo perché sostengono uno scenario gustativo alternativo al nostro o parlare di un Dio minore per tanta parte dei doni della vite. Il gusto personale resta; l’universalità del gusto e del piacere sensoriale trascende la nostra limitata esistenza. Pertanto non mi unisco a nessuna schiera, non sostengo nessuna tesi esclusiva, non mi interessa nessuna battaglia di parte se non a fronte di clamorosi delitti perpetrati a danno della collettività e della Natura che ci ospita. La manipolazione agronomica ed enologica è una scelta personale ed una prerogativa dell’uomo nell’atto creativo: se condotta con onestà intellettuale non è perseguibile!! L’afflato artistico appartiene alla Natura? Non sempre, e spesso è evidente il primato dell’uomo : Valentini, Gaja, Gravner, Tasca d’Almerita, Marchese Incisa della Rocchetta, Romano dal Forno, Marco Casolanetti, Gianfranco Fino, Sergio Manetti stanno a testimoniarlo e potrei continuare all’infinito. I vini che derivano da diverse visioni del mondo della viticoltura e della trasformazione dei suoi frutti sono diversissimi tra loro ma, al netto di ragioni meramente salutiste, c’è del buono in tanta parte del mondo enologico (e non solo nel nostro recinto preferito!!) ed è estremamente qualificante dal punto di vista umano ed esperienziale riuscire ad ottenere il bacio del piacere in misura certamente variabile ma da più parti. Così a me piacciono soprattutto i vini cosiddetti naturali (più o meno veri, più o meno biodinamici: ormai bevo quasi solo quelli!!) ma non ho motivo per rifiutare le creazioni che inseguono un ideale di classicità che prende le mosse dal progresso della scienza enologica che da Emìle Peynaud discende fino ai “guru” dei nostri tempi: i Rolland, i Cotarella, i Cipresso (girovaghi e contesissimi).

A me non è mai capitato di seguire il pensiero dominante, mai. Ho sempre aspettato il responso del bicchiere, il confronto diretto con la realtà che intendevo affrontare organoletticamente. Quale verità è mai quella che al di là della collina cambia, che non è stata e che presumibilmente non sarà, e che sul più bello spesso naufraga e ti costringe a fideistici salti nel buio? Non mi vergogno di quello che mi procura piacere, di quello che me ne ha procurato e del piacere che verrà: tutto cambia ma c’è qualcosa di più grande che tutto contiene. Così non butto nulla e cerco di espandere i sensi per contenere la generalità delle sensazioni ingenerate da una bevuta, senza steccati ideologici. Un cuore espanso è l’approccio più adatto per andare incontro a nettari di ogni tipo e di qualsivoglia parte del mondo. E a chi considerasse l’adesione al “tutto” una sorta di qualunquismo rispondo con una massima che campeggia all’ingresso di un monastero zen: ”Prima di praticare per trent’anni lo Zen vedevo le montagne come montagne e le acque come acque. Quando giunsi a una sapienza più profonda, vidi che le montagne non sono montagne e le acque non sono acque. Ora che ho raggiunto l’essenza della sapienza, sono in pace, perché vedo le montagne come montagne e le acque come acque.” (Ch’ing-yuan); ovvero: “tutto si comprende, tutto si nega, tutto si ritrova alla luce di una consapevolezza più profonda”. E alla fine si accetta, perché un frammento di verità alberga in ogni cosa.





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