I BEVITORI D’UNA VOLTA


di Rosario Tiso


Col diventare un “Bevitore Ecumenico” credevo di aver tratto la mia barca enoica in rada. Lontani i settarismi, i randagismi, gli elitarismi nella beva e una felice e sincretica ricomposizione di tutte le istanze. Ma la vita è eterno movimento e non finisce mai di fornire ulteriori spunti di riflessione.

Alcuni settori della critica enologica, attività in gran parte parassitaria e supponente, da un po’ di tempo propongono come universali propri e personalissimi criteri di valutazione, mischiando le carte antiche e sempre nuove dell’arte della degustazione. Se un tempo la ricchezza in estratti, il grado alcolico, la possanza e l’intensità erano percepite in generale come qualità, adesso qualcuno tende a prediligere la bevibilità, la digeribilità, una sorta di non meglio definita levità, ma soprattutto dichiara il primato dell’acidità fra gli elementi portanti e strutturali di un vino, in sostanza preferisce la verticalità. I vini acidi sono preferiti a quelli suadenti e mentre i primi, nel nervosismo della trama, si ritengono espressione di vitalità, nei secondi, nella placida armonia del tocco, si crede di intravvedere una sorta di stucchevole piattezza.

Dopo aver per anni irretito i produttori, spingendoli  verso uno stile produttivo volto all’ottenimento di parossistiche concentrazioni in vigna che ha portato progressivamente all’ottenimento di uve sempre più ricche e zuccherine, si vorrebbe dagli stessi una sorta di “dietro-front” stilistico e si declamano i pregi di vini esili, vibranti, sapidi a scapito di quelli opulenti, caldi, morbidi che sono però i soli nettari che possono scaturire dalle suddette uve. Ma chi l’ha detto che l’alto grado alcolico non è cosa buona? Che la tendenza dolce è disdicevole? Che l’equilibrio è noioso? Così, come per incanto, si respingono veri gioielli dell’enologia mondiale osannati fino al giorno prima.

Prendiamo il caso del “Kurni”, uno dei vini più controversi degli ultimi tempi. Chi non lo apprezza può nascondersi e salvarsi dal pubblico ludibrio solo dietro alla massima latina del “De gustibus non disputandum est”. Il “Kurni” è un nettare sontuoso, dalla trama incredibilmente ricca e saporosa. Lo sanno anche quelli che non lo apprezzano. Però lo criticano. Il doppio passaggio in legno nuovo è il “cavallo di Troia” (insieme ad una sensazione diffusa e montante di dolcezza) utilizzato per parlarne male, anche perché sul rigore produttivo in vigna e in cantina siamo di fronte ad una realtà esemplare e irripetibile e difficilmente reprensibile. Ma quando lo si beve, ed è qui il punto, non è come ciucciare la gamba di una sedia come quando si degusta un campione della Napa Valley e come vorrebbe suggerire qualche detrattore! Il “Kurni” sciorina un equilibrio fantastico e i tannini ellagici sono perfettamente integrati; il frutto è esplosivo, le spezie dolci, il grado alcolico importante. Poi c’è chi dice che è buono, ma non si riesce a finire la bottiglia. Forse “loro”, i dispensatori di un simile giudizio, non riescono a finire la bottiglia! Non certo ha questo problema chi ama il vino, è aduso a berne e non ha bisogno della sferza acida e della freschezza per incentivare  la beva! E soprattutto vede nell’alcol una colonna portante della costruzione enoica e non un nemico. Sono tanti i bevitori un po’ fragilini, che svengono dopo qualche bicchiere! Dovrebbero cambiare mestiere, altro che critica  enologica!! Andrebbe loro suggerito il campo delle limonate e affini!!!

Che nostalgia i nobili e sapienti “Bevitori d’una volta”, quelli che bevevano e apprezzavano quasi tutto, che raramente innalzavano steccati ideologici ed erano rispettosi del lavoro altrui, quelli sempre pronti a meditare davanti ad un bicchiere e ad involarsi ed obliarsi su ali alcoliche e che non badavano poi tanto al cibo e non pensavano a chissà quali abbinamenti, sempre disposti all’ulteriore bicchiere chiarificatore.

Quelli hanno fatto la Storia del vino, e non il  puttanaio “intelletual-radical-chic“ odierno.


Mario Soldati





 

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